Progetti del centro di via Mazzini. Autonomia, parola chiave

‘Down, non emarginati’

Autonomia è la parola chiave. Perché più i ragazzi disabili riescono a essere, o almeno a sentirsi, autonomi, meno si sentono ai margini di una società, in cui trovano difficoltà a inserirsi.

Autonomia è la parola che Umberto Venturelli, direttore del Centro Down di Alessandria, usa più spesso. «Dobbiamo fare capire che è fondamentale - spiega - specialmente per l’inserimento lavorativo dei giovani disabili, che sono tutelati da una legge (quella del 12 marzo 1999, ndr) ancora poco conosciuta, quindi non applicata».

Il Centro Down ha sede nei locali dell’Asi tra via Mazzini e spalto Marengo. E, sostanzialmente, una palestra dell’inserimento, con gli ‘attrezzi’ giusti affinché anche i meno fortunati possano vivere una vita normale. Sono una quarantina i ragazzi (fino a trent’anni) che usufruiscono di queste strutture, assistiti da quattro medici (che offrono visite specialistiche), da una consulente psicologa, da insegnanti di musica, di cucina e da volontari che hanno deciso di impiegare il proprio tempo libero in un’opera certamente meritoria.

Il centro è stato aperto dal 1995. Venturelli è l’anima, con Franco Rotundi nel molo del presidente. Ha redatto un documento, il direttore, nel tentativo di favorire l’inserimento delle persone disabili nel mondo del lavoro, perché - a ben vedere - è questo il fine cui tende tutta l’attività del Centro.

«Un lavoro è utile per motivi etici ed economici - spiega Venturelli - Solo con questo, i ragazzi possono sentirsi al pari degli altri, godere di dignità, indipendenza e autonomia, e sentirsi parte attiva nel contesto della società. E poi, se guardiamo al lato economico, lavorando i Down possono passare da assistiti a contribuenti». Perciò sono pochi a lavorare. «Sì, perché in Italia siamo ancora ancorati a una cultura che, invece, è superata. Manca la volontà di affrontare il problema da parte dell’imprenditoria e degli uffici pubblici. Inoltre, spesso, sono le famiglie per prime a non credere nelle possibilità dei propri figli».

La soluzione proposta si chiama autonomia, quella per cui Venturelli si batte tanto. «Molti ragazzi affetti da sindrome di Down possono dare molto. L’importante è farli sentire partecipi e inserirli, a piccoli passi, nella società. Ci sono famiglie, però, che non si fidano neppure di far loro prendere l’autobus da soli. Basterebbe questa semplicissima cosa, ad esempio, per cominciare a non emarginarli».

Nel documento elaborato, Venturelli parla anche di cooperative sociali «che sono il collocamento mirato dei disabili. Sono imprese sociali che devono produrre reddito con lo scopo primario di avviare i disabili al lavoro».

In concreto «si può cominciare con la costituzione di un comitato ristretto composto da persone interessate al problema, cercando anzitutto di capire qual è la situazione nella nostra provincia. E poi, una volta stabilito l’identikit, bisogna avviare la gestione degli impegni assunti».

Venturelli crede nel progetto. E ha determinazione sufficiente per portarlo a termine.

 

Massimo Brusasco

 


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