Le barriere culturali? Abbattiamole

Per ogni abitante delle società industrializzate, dovrebbe esserci un momento di riflessione quotidiano sulla fortuna occorsagli nell’essere nato e cresciuto lì e non altrove.

Credo che almeno questo lo si debba a coloro che vivono nell’indigenza, e sovente sono più vicini di quanto si pensi, e a chi, ogni giorno, combatte la sua battaglia personale per sopravvivere in mezzo a una guerra vera, più grande e orribile.

E un messaggio che trasmetto anche ai miei figli, ancora piccoli, perché è pensando soprattutto a certi bambini che le distanze, rispetto allo stile di vita, si fanno siderali e ciò di per sé è intollerabile ma diventa oltraggio morale e civile se è escluso anche dai nostri pensieri.

Non tutti hanno la possibilità economica, la disponibilità d’animo e di tempo, la forza e il coraggio da dedicare a chi soffre, ma ognuno di noi può e deve trovare, per quegli esseri umani, almeno uno spazio mentale.

Se alcune barriere culturali rispetto alla diversità, nel senso ampio del termine, persistono, credo che sarebbe possibile superarle cominciando con il rivedere alcuni comportamenti quotidiani.

A mio avviso infatti è inconcepibile pretendere un interessamento ai più deboli da chi, giornalmente, ha comportamenti che definirei ostili verso il prossimo. Atteggiamenti, gesti, parole usuali di ognuno di noi, sovente, manifestano una certa insensibilità che è possibile correggere

Per esempio, se ogni volta che attraversiamo la strada sulle strisce pedonali, dobbiamo attendere parecchio prima che qualcuno al volante si accorga di noi, non è pensabile che le stesse persone, le quali non rispettano le più elementari regole del codice civile, una volta giunte tra le pareti domestiche, riflettano seriamente, e sottolineerei seriamente, su quegli esseri umani che non hanno né cibo né acqua. E superfluo parlare di questi argomenti con coloro che, sull’autobus stracolmo, non si accorgono che c’è una donna in uno stato di gravidanza avanzato e perciò non le cedono il posto. Oppure constatare rabbiosamente che, sullo stesso autobus, da certuni non viene notata la presenza di alcuni bambini che vengono spinto- nati da costoro per uscire più in fretta, con totale indifferenza, O in fila alla Posta, dove a volte non c’è una sola persona che conceda di passare avanti ai più anziani, per disinteresse e per egoismo.’ O, più banalmente, notare quanti ancora gettino i rifiuti per terra, con disinvoltura, per abitudine. La mancanza di dialogo poi, ai livelli più elementari, è deleteria: che cosa ci vuole ad adoperare, nelle circostanze che lo richiedano, certe formule verbali consolidate come «Buongiorno», «Grazie», «Permesso» ? La cecità mentale e morale è molto facile da usare e non impegna, ma alla lunga provoca danni a chi la pratica.

Certo non è sempre così, ma sono alcuni esempi, tra gli altri, cui credo gran parte di noi, purtroppo, abbia assistito e non può scaturire solidarietà civile dalle persone in cui non sia radicato prima di tutto un forte senso civico e morale.

Soltanto dalle piccole occasioni di rispetto quotidiano del prossimo, possono scaturire grandi occasioni di considerazione per problematiche macroscopiche, come il dislivello sociale che persiste tra un bambino italiano e un bambino del Mali.

Soltanto da una certa dose di umiltà e di valutazione oggettiva e non soggettiva degli eventi, può sorgere il senso di tolleranza verso gli “altri” che disperatamente, ogni giorno, sfidano la vita per un ideale di sopravvivenza migliore.

M.g.G

 


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